A porta aperta

Pensavo che il cambiamento sarebbe venuto a bussarmi alla porta un giorno,
pensavo sarebbe venuto a salutarmi, a dirmi

«Eccomi, sono qui finalmente
scusa se ti ho fatto aspettare
ho avuto un po’ da fare ultimamente
ma adesso sono qui per te, esprimi un desiderio,
lo so che ne hai uno anche tu»

pensavo che sarebbe arrivato, almeno per me
perché i miei pensieri erano giusti,
almeno per me

perché per me basta con le foreste che bruciano,
basta con le persone che muoiono
basta con le forchette incastrate sulle cosce
troppo magre o troppo piene
basta col tempo
o si butta o si mangia, non si conserva
basta col comprare

insomma

pensavo, ecco, che dopo che ci siamo accorti
che respirare è difficile su questa terra
pensavo che saremmo cambiati, un po’ tutti insieme,
che il cambiamento avrebbe bussato alla porta di tutti,
e magicamente il mondo sarebbe diventato diverso.

L’ho aspettato, ogni giorno,
come un pacco che ti hanno promesso di aver spedito
non sai bene cosa c’è dentro, eppure te lo immagini, lo vuoi, lo sogni
ne sono passati di giorni, di mesi
ne sono passati di anni

ma le foreste non hanno mai smesso di bruciare
le persone di morire
le donne di sentirsi in colpa perché hanno fame
il tempo di essere consumato,
troppo costoso, troppo lontano, troppo annoiato

e nessun postino alla mia porta con in mano il pacco promesso
nessun messia a redimere il mondo.

Ne sono passati di anni
ma nessun cambiamento è venuto a bussarmi alla porta
pensavo si fosse scordato di me, nonostante l’avessi chiamato, desiderato, voluto

quindi un po’ triste guardavo la porta
un’ennesima volta
la porta
così silenziosa, quadrata, serrata

e mi chiedevo
«Perché alla mia porta non ti sei mai presentato?»

Allora misi la mano sulla maniglia
la abbassai
la maniglia
e in un attimo – incredibile –
tutto fu chiaro:

non ne avevo mai avuto bisogno.

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